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News giuridiche e news dello studio 

By avvovato Angela Natati 22 Jun, 2017

L’APS segue da sempre le storie dei padri nell’iter processuale, affiancandoli di professionisti in grado di tutelare i loro diritti, e si occupa di portare le loro vicende all’attenzione dei media. Gli interventi prevedono un sostegno legale finalizzato a informare i genitori in merito a tutto ciò che dovranno affrontare nell’iter giudiziario, nel quale verranno accompagnati, qualora lo richiedessero, da legali esperti in diritto di famiglia. l’Associazione garantisce inoltre assistenza su quelli che possono essere i risvolti psicologici di una separazione; accade infatti spesso che, nelle separazioni conflittuali con figli contesi, intervengano figure quali i Servizi Sociali, Ctu, Tribunale Minorile. In queste occasioni l’Associazione è in grado di garantire professionalità competenti.

By avvovato Angela Natati 28 Mar, 2017

Il Giudice è tenuto ad accogliere l’istanza di patrocinio a spese dello Stato presentata dalla persona offesa dal reato di stalking a prescindere dai limiti di reddito fissati dall’art. 76, co. 1 D.P.R n. 115 del 2002; limiti che, invece, operano quando l’istante è il danneggiato del reato che intenda costituirsi parte civile nel processo penale. Così è stato stabilito dalla sentenza 20 marzo 2017, n. 13497 della Cassazione penale.

 

Il fatto

Con ordinanza del 14 settembre 2016 il Tribunale di Bolzano rigettava l’opposizione avverso il provvedimento del GUP che non aveva accolto l’stanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato presentata dalla signora M., vittima di  stalking , poiché la donna aveva omesso di depositare la dichiarazione sostitutiva di certificazione dei redditi propri e del nucleo familiare.

Il ricorso

Avverso tale ordinanza la signora M. proponeva ricorso in Cassazione per i seguenti motivi:

- erronea e non corretta applicazione dell’art. 79 lett. c) in quanto il Giudice avrebbe potuto e dovuto richiedere l’integrazione della documentazione reddituale;

- erronea applicazione dell’art. 76, co. 4  ter  che prevede una deroga ai limiti di reddito indicati all’art. 76 del DPR 115 del 2002 allorquando l’stanza sia presentata dalla vittima di uno dei reati di cui agli artt. 572, 583  bis , 609  bis , 609  quater , 609  octies  e 612  bis  c.p.

La decisione della Cassazione

In tema di gratuito patrocinio, il comma 4  ter  dell’art. 76 (introdotto dalla legge 38 del 2009 istitutiva del delitto di atti persecutori) del Testo unico in materia di spese di giustizia dispone che la vittima di una serie di gravi delitti contro la persona (fra i quali appunto il reato di atti persecutori di cui all’art. 612  bis  c.p.) possa essere ammessa al patrocinio a spese dello Stato anche in deroga ai limiti di reddito previsti dal medesimo decreto. Al fine di rimuovere ogni ostacolo anche di natura economica che possa disincentivare l’azione giudiziaria, il D. L. n. 11 del 2009 ha infatti introdotto una norma di favore per le vittime di reati particolarmente riprovevoli, in deroga ai limiti di reddito per il riconoscimento del beneficio previsti dall’art. 76, co. 1 del D.P.R. 115 del 2002, ( id est  un reddito imponibile non superiore a euro 11.528,41, tenuto conto dell’eventuale cumulo dei redditi dei familiari conviventi diversi dall’aggressore).

Doveroso segnalare che  in passato erano sorti contrasti interpretativi sul corretto significato dell’art. 76, co. 4  ter . Un  orientamento più rigoroso (seguito dal Giudice di merito della vicenda che ci occupa), riteneva che la dichiarazione certificativa dei redditi dell’istante dovesse essere prodotta anche dalla vittima di  stalking  poiché non è prevista una ammissione  ex lege  al beneficio del patrocinio a spese dello Stato per il quale è sempre necessaria una previa valutazione da parte del Giudice della procedura giudiziaria. Ne consegue che, secondo questa impostazione, il deposito della documentazione fiscale rappresenterebbe un requisito essenziale ed imprescindibile per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato.

Un  diverso orientamento, invece, fatto proprio dalla Suprema Corte, ha valorizzato la  ratio  ispiratrice dell’intervento normativo del 2009 volto a tutelare le vittime di reati particolarmente gravi come lo  stalking  e la violenza sessuale anche di gruppo ed ha ritenuto che, con l’aggiunta del comma 4  ter  nell’art. 76 del T.U.S.G.  il legislatore abbia inteso assicurare alle stesse il patrocinio a spese dello Stato proprio in deroga ai limiti di reddito per assicurare alla vittima l’esercizio dell’azione giudiziaria e non lasciare impuniti gli autori di reati così stigmatizzabili.

Deroga che implica la non necessità di rappresentazione dei redditi della vittima.

Nel caso di specie gli Ermellini hanno quindi affermato che, attesa l’irrilevanza della situazione reddituale dell’istante,  risultava superfluo ed inutile pretendere dalla persona offesa il deposito della documentazione sostitutiva della dichiarazione dei redditi, non richiedendo la norma un massimo reddituale idoneo ad impedire l’ammissione al beneficio ma solo ed esclusivamente la qualità di vittima dei reati già indicati.

Sebbene, infatti, la norma utilizzi il termine “può” e non “deve” essere ammessa al patrocinio anche in deroga ai limiti di reddito,  il Giudice ha il dovere e non la mera facoltà di accogliere la domanda di fruizione del beneficio, sempre che l’istanza sia presentata dalla vittima di uno dei reati indicati. Diverso è naturalmente il caso in cui l’istante non sia la vittima ma il danneggiato del reato (qualora non vi sia coincidenza) a favore del quale il patrocinio a spese dello Stato può essere riconosciuto solo nel rispetto delle condizioni reddituali fissate dalla legge.

L’istanza di ammissione al patrocinio proposta dalla persona offesa da uno dei reati elencati dall’articolo 76, comma 4  ter  deve, quindi,  indicare solo i requisiti di cui alle lettere a) richiesta di ammissione al patrocinio e l’indicazione del processo cui si riferisce, se già pendente e  b) generalità dell’interessato e dei componenti la famiglia anagrafica, unitamente ai rispettivi codici fiscali, dell’art. 79, co. 1 del TUSG.

La decisione in sintesi

Esito del ricorso:

la Corte annulla con rinvio l’ordinanza del Tribunale di Bolzano

Riferimenti normativi

Art. 76 D.P.R. 115 del 2002

Art. 79 D.P.R. 115 del 2002

Art. 572 c.p.

Art. 582 c.p.

Art. 612  bis  c.p.

By avvovato Angela Natati 27 Mar, 2017

Secondo una recente pronuncia di merito (Tribunale di Pordenone, decreto 17 marzo 2017), ai fini della trascrizione degli atti di trasferimento immobiliare eventualmente contenuti in un accordo di negoziazione assistita in materia di famiglia, ex art. 6, d.l. n. 132/2012, non è necessaria l’ulteriore autenticazione delle sottoscrizioni da parte di un pubblico ufficiale a ciò autorizzato, richiesta dal terzo comma del precedente art. 5.

 

Le ragioni di interesse della decisione

Il decreto del 17 marzo 2017, con cui il Tribunale di Pordenone ha enunciato il principio di diritto sopra riportato, si impone all’attenzione del lettore non tanto per lo specifico e peculiare problema affrontato e risolto, che pure è di assoluta novità e di notevole importanza pratico-applicativa, ma soprattutto perché solleva una questione di portata generale assai più rilevante, relativa all’individuazione dei limiti che incontra il giudice in sede di interpretazione costituzionalmente orientata delle disposizioni di legge.

La vicenda giudiziaria

Per maggiore chiarezza espositiva pare opportuno riepilogare per cenni la vicenda giudiziaria decisa dal provvedimento in commento.

Due coniugi, all’esito di un procedimento di negoziazione assistita, concludono un accordo con cui, ai sensi dell’art. 6, comma 1, D.L. n. 132/2012, raggiungono « una soluzione consensuale di separazione personale », convenendo, tra l’altro, «il trasferimento tra loro della quota di proprietà di un bene immobile» (verosimilmente, secondo l’ id quod plerumque accidit , il marito ha ceduto alla moglie la metà dell’abitazione acquistata in costanza di matrimonio e, pertanto, in comunione legale).

Depositato presso la locale Procura della Repubblica, in difetto di figli minorenni, portatori di   handicap   grave o economicamente non autosufficienti, il Procuratore della Repubblica comunica agli avvocati delle parti il proprio nullaosta.

L’accordo, mentre è prontamente trascritto/annotato nei registri dello stato civile, non viene trascritto nei registri immobiliari: il conservatore, infatti, rifiuta di procedere alla trascrizione per difettare le sottoscrizioni del processo verbale di accordo delle parti della autenticazione compiuta «da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato» e richiesta dall’art. 5, comma 3.

A fronte del rifiuto del conservatore, i coniugi separati si rivolgono al tribunale, il quale accoglie la loro domanda, ordinando al conservatore dei registri immobiliari di procedere alla trascrizione del trasferimento immobiliare.

Gli elementi della motivazione del Tribunale

Dopo aver ricordato che è fuori discussione sia la «possibilità di addivenire ad una cessione immobiliare … nell’ambito di una procedura di negoziazione assistita», giusta il «combinato disposto degli artt. 5 e 6, D.L. n. 132/2014», sia «la trascrivibilità – in sé ed in via generale – di tali cessioni concordate in sede di negoziazione», la decisione del tribunale si fonda sulla convinzione che la previsione di cui all’art. 5 (espressamente definito dal provvedimento come «di portata generale»), comma 3, non debba trovare applicazione in relazione all’accordo concluso all’esito di «un procedimento di negoziazione assistita in materia di famiglia, regolato in forma specifica dall’art. 6».

Più in particolare, questa conclusione - «all’interno di una prospettiva esegetica costituzionalmente orientata» - sarebbe imposta dalle seguenti concorrenti considerazioni (riferite nell’ordine seguito dal Tribunale):

  • 1. l’accordo concluso all’esito del procedimento di negoziazione assistita in materia di famiglia deve essere sottoposto al Procuratore della Repubblica per la concessione dell’autorizzazione o per il rilascio del nullaosta;

  • 2. l’accordo   de quo , ai sensi dell’art. 6, comma 3 , « produce gli effetti e tiene luogo dei provvedimenti giudiziali che definiscono … i procedimenti di separazione giudiziale…»;

  • 3. «Poiché i provvedimenti giudiziali … non richiedono autenticazioni delle sottoscrizioni da parte di ulteriori “pubblici ufficiali a ciò autorizzati” ai fini della trascrizione delle cessioni immobiliari in essi eventualmente contenute, risult[erebbe] evidente che neppure gli accordi di negoziazione dovranno essere soggetti a tale adempimento, pena la vanificazione della predetta espressa equiparazione ai provvedimenti giudiziali ed il conseguente irriducibile contrasto con i canoni costituzionali di coerenza e ragionevolezza»;

  • 4. la legge consente che siano suscettibili di essere trascritti nei registri immobiliari non soltanto i provvedimenti giudiziali aventi forma diversa dalla « sentenza », pure richiesta dall’art. 2657 c.c. (come, ad esempio, il decreto di trasferimento pronunciato   ex   art. 586 c.p.c. in sede di espropriazione forzata immobiliare, nonché l’ordinanza che dichiara esecutivo il progetto di divisione   ex   art. 789 c.p.c.), ma anche provvedimenti fondati sull’autonomia negoziale delle parti, come il lodo arbitrale (rituale) che sia stato dichiarato esecutivo   ex   art. 825 c.p.c.;

  • 5. posto che l’accordo di negoziazione assistita munito del nullaosta del Procuratore della Repubblica produce gli effetti e tiene luogo dei provvedimenti giudiziali, «non può non essere ricompreso anche quello di costituire titolo per la trascrizione»;

  • 6. ulteriori «autenticazioni» sarebbero da considerarsi una «sostanziale inutilità»;

  • 7. «mentre in ambito extra-familiare gli accordi di negoziazione possono essere validamente conclusi con l’assistenza di un unico avvocato per entrambe le parti, in materia di famiglia è necessariamente richiesta - proprio per la particolare delicatezza dei diritti, degli interessi coinvolti e delle conseguenze inferite - la presenza di almeno un avvocato per parte»;

  • 8. «esigere l’intervento di un’ulteriore figura professionale in caso di atti soggetti a trascrizione contenuti in “negoziazioni familiari”, contrasterebbe con la “…finalità di assicurare una maggiore funzionalità ed efficienza della giustizia civile” espressamente enunciata nel Preambolo del medesimo d.l. n. 132/2014, addossando alle parti ulteriori formalità e costi aggiuntivi, con effetti disincentivanti nei confronti della negoziazione assistita, incompatibili con i dichiarati intenti di semplificazione ed efficienza perseguiti dal Legislatore».

Rilievi critici: l’intrinseca contraddittorietà della motivazione

Questa motivazione non appare convincente ed, anzi, ove si consideri con attenzione, appare intrinsecamente contraddittoria.

Il nocciolo dell’argomentazione pare poter essere individuato nella considerazione - assolutamente non soltanto condivisibile, ma anche pacifica - che le norme stabilite dall’art. 6 sono speciali rispetto alle altre dettate dal d.l. n. 132/2014 in materia di negoziazione assistita.

L’art. 6, infatti, detta una disciplina speciale « al fine di raggiungere una soluzione consensuale di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento del matrimonio nei casi di cui all'articolo 3, primo comma, numero 2), lettera   b ), della legge 1º dicembre 1970, n. 898, e successive modificazioni, di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio ».

In particolare, come correttamente (seppure disordinatamente ed in modo incompleto) ricordato in motivazione, l’art. 6 stabilisce le seguenti norme speciali:

  • - ciascun coniuge o ex coniuge nel procedimento di negoziazione avente ad oggetto questa materia deve essere assistito da (almeno) un difensore;

  • - gli avvocati nel corso del procedimento devono tentare di conciliare le parti ed informarle sia della possibilità di esperire la mediazione familiare, sia, in presenza di minori, dell'importanza per questi «di trascorrere tempi adeguati con ciascuno dei genitori»;

  • - ove venga concluso l’accordo, il suo testo deve dare espressamente atto dell’assolvimento di questi adempimenti;

  • - l’accordo raggiunto dalle parti deve essere sottoposto al controllo del Procuratore della Repubblica per il rilascio di un nullaosta o di un’autorizzazione;

  • - ciascun avvocato ha l’obbligo (sanzionato in via amministrativa) di trasmettere, entro 10 giorni dalla ricezione del nullaosta o dell’autorizzazione, copia autenticata dell’accordo all’ufficiale dello stato civile del Comune in cui il matrimonio fu iscritto o trascritto;

  • - l’accordo deve essere trascritto ed annotato nei registri dello stato civile;

  • - da ultimo, viene espressamente previsto che « L'accordo raggiunto a seguito della convenzione produce gli effetti e tiene luogo dei provvedimenti giudiziali che definiscono, nei casi di cui al comma 1, i procedimenti di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento del matrimonio e di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio».

Ma la specialità dell’art. 6 consiste e si esaurisce nelle previsioni sopra richiamate: ai sensi dell’art. 14 disp. prel., infatti, « Le leggi … che fanno eccezione a regole generali o ad altre leggi non si applicano oltre i casi … in esse considerati».

Di conseguenza, il giudice, per risolvere questioni «generali», che non sono espressamente disciplinate dall’art. 6, deve applicare le disposizioni «di portata generale».

In particolare, come espressamente indicato in motivazione, l’individuazione dei requisiti necessari affinché un accordo concluso all’esito del procedimento di negoziazione assistita possa costituire titolo per la trascrizione nei registri immobiliari, rappresenta una questione «generale», che deve essere risolta alla luce dell’art. 5, pure «di portata generale».

Nella specie, questa conclusione appare confermata altresì dalla medesima disposizione speciale: l’art. 6, 3° co., ultimo periodo, infatti, nell’imporre agli avvocati delle parti l’obbligo di trasmissione di copia autenticata dell’accordo all’ufficiale dello stato civile, espressamente richiama la norma generale, precisando che la copia dell’accordo deve essere «munito delle certificazioni di cui all'articolo 5».

Segue: l’interprete avanti alla Costituzione

Né la conclusione appena esposta, secondo cui il giudice avrebbe correttamente dovuto applicare l’art. 5, può essere superata invocando «una prospettiva esegetica costituzionalmente orientata».

Come ben noto, secondo il costante insegnamento della Corte costituzionale, il giudice non deve sollevare questione di legittimità costituzionale di una norma di legge, ove sia in grado di darne un’interpretazione costituzionalmente conforme.

Nella specie, però, il giudice, dubitando della ragionevolezza dell’art. 5, comma 3, non si è limitato ad attribuire a questa disposizione un significato conforme alla Costituzione, bensì l’ha completamente ed integralmente disapplicata, così:

- innanzi tutto, realizzando il medesimo effetto che sarebbe stato prodotto da un’eventuale dichiarazione d’illegittimità costituzionale; - in secondo luogo, sostituendosi alla Corte costituzionale; - in ultima analisi, vanificando il sistema di controllo di legittimità costituzionale accentrato.

Certo è ben possibile che in sede interpretativa una norma rimanga disapplicata per essere ritenuta vuoi abrogata per incompatibilità, vuoi inapplicabile nel caso di specie, ma il decreto in commento motiva l’inapplicabilità dell’art. 5, comma 3, sulla base della (opinabile) convinzione che sia una disposizione in «irriducibile contrasto con i canoni costituzionali di coerenza e ragionevolezza».

Queste considerazioni possono essere considerate adeguate per motivare, non certo la disapplicazione della disposizione, bensì – semmai – un’ordinanza di rimessione alla Corte costituzionale per la non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale della disposizione medesima.

Conferma dell’esattezza del rilievo, peraltro, può trarsi dalla circostanza che, tra gli argomenti invocati a sostegno della presunta irragionevolezza dell’art. 5, comma 3, vi è anche la considerazione secondo cui il medesimo si porrebbe in contrasto con la finalità espressa nel preambolo del D.L. n. 132/2014 di «assicurare una maggiore funzionalità ed efficienza della giustizia civile»: si tratta chiaramente di un rilievo che ha valenza non limitata esclusivamente alla negoziazione assistita in materia di famiglia, bensì generale, e, conseguentemente, che può persuasivamente essere usato non per giustificare la disapplicazione nello speciale ambito di famiglia della norma generale, bensì, tutt’al più, per censurarne la legittimità costituzionale.

Come accennato, inoltre, la norma che impone l’autenticazione delle sottoscrizioni degli accordi conclusi all’esito del procedimento di negoziazione assistita da parte di « un pubblico ufficiale a ciò autorizzato» [leggasi: un notaio], al fine di poter essere trascritti nei registri immobiliari pare non palesemente irragionevole, ma, anzi, rientrare nell’ambito dell’ampia discrezionalità che la Consulta riconosce al legislatore ordinario nella materia della tutela dei diritti, specie ove si consideri che:

da un lato, l’impegno imposto alle parti è assai modesto sotto ogni profilo, sia economico, sia temporale, sia organizzativo;

dall’altro, ben diversamente da quanto sostenuto in motivazione, l’imposizione dell’autenticazione ad opera di un notaio non può essere considerata una «sostanziale inutilità».

Ai sensi dell’art. 72, comma 3, l. not., infatti, « Le scritture private, autenticate dal notaro, verranno, salvo contrario desiderio delle parti e salvo per quelle soggette a pubblicitaĚ€ immobiliare o commerciale, restituite alle medesime», sicché l’obbligo di autenticazione imposto alle parti, ha come conseguenza, tra l’altro, che l’atto venga conservato presso il notaio, attraverso la sua inserzione nel repertorio notarile degli atti tra vivi.

Né possono condividersi gli ulteriori due argomenti invocati a dimostrazione della presunta irragionevolezza dell’art. 5, 3° co., cioè, da un lato, che la sua applicazione vanificherebbe l’espressa equiparazione compiuta dal successivo art. 6 dell’accordo concluso all’esito della negoziazione assistita ai provvedimenti giudiziali e, dall’altro lato, che l’ordinamento consente la trascrizione nei registri immobiliari di un’assai eterogeneità di atti.

Quanto al primo rilievo vale osservare che l’equiparazione stabilita dall’art. 6, comma 3, primo periodo, pare funzionale semplicemente a chiarire che attraverso la negoziazione assistita è possibile ottenere esattamente i medesimi effetti a tutela di situazioni giuridiche, come gli   status   familiari, tradizionalmente non soltanto ritenuti indisponibili, ma anche soggetti alla c.d. giurisdizione costitutiva necessaria (cioè insuscettibili di essere modificati senza il previo il previo accertamento del giudice sull'esistenza dei presupposti a cui la legge collega quella modificazione). Conferma della correttezza del rilievo, peraltro, discende dalla circostanza che sostanzialmente la medesima formula ricorre nell’art. 12, comma 3, D.L. n. 132/2014, ai sensi del quale l’accordo concluso innanzi all’ufficiale di stato civile (che « non può contenere patti di trasferimento patrimoniale») « tiene luogo dei provvedimenti giudiziali che definiscono, nei casi di cui al comma 1, i procedimenti di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento del matrimonio e di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio».

In ordine all’ultimo argomento invocato per dimostrare l’incostituzionalità dell’art. 5, comma 3, a quanto sembra di capire, per irragionevole disparità di trattamento, la circostanza che la legge consenta la trascrivibilità nei registri immobiliari di una varietà di atti tanto eterogenea da apparire insuscettibile di essere ridotta ad unità, ben lungi dal dimostrare l’irragionevolezza della disposizione che impone l’autenticazione dell’accordo concluso all’esito del procedimento di negoziazione assistita, costituisce la conferma che il legislatore in materia goda della più ampia discrezionalità, rendendo, di conseguenza, estremamente limitato il possibile sindacato della Corte costituzionale.

Riferimenti normativi:

Art. 3 Cost.

Art. 24 Cost.

Art. 12 Disp. prel.

Art. 14 Disp. prel.

Art. 2657 c.c.

Art. 2674 c.c.

Art. 113- bis   disp. att. c.p.c.

Art. 586 c.p.c.

Art. 745 c.p.c.

Art. 789 c.p.c.

Art. 824–bis c.p.c.

Art. 825 c.p.c.

Art. 2, D.l. 12.9.2012, n. 132, convertito, con modificazioni, dalla l. 10.11.2014, n. 162

Art. 5, D.l. 12.9.2012, n. 132, convertito, con modificazioni, dalla l. 10.11.2014, n. 162

Art. 6, D.l. 12.9.2012, n. 132, convertito, con modificazioni, dalla l. 10.11.2014, n. 162

By avvovato Angela Natati 24 Mar, 2017

La riforma Orlando approvata al Senato affronta, come emerge dalla intitolazione della legge, vari profili della giustizia penale. Sono toccati profili di diritto penale sostanziale, processuale e di ordinamento penitenziario. Alcune tematiche sono affrontate in modo organico come quelle toccate dalle deleghe; altre sono oggetto di interventi correttivi puntuali altre, pur toccate isolatamente, consentono una lettura complessiva capace di individuare la filosofia dell’intervento normativo. C’è poi la possibilità di una lettura in chiave politica della riforma.

Al fine di evitare discorsi generici e cominciando ad affrontare gli aspetti più significati e problematici è possibile iniziare l’analisi della legge che deve affrontare l’aula della Camera da alcuni dei temi che da subito sono risultati più controversi.

Il primo è sicuramente costituito dalla pretestuosa rivolta dei pubblici ministeri contro la previsione del   termine di tre mesi, prorogabile di altri tre, entro i quali il PM deve determinarsi per l’ archiviazione   o per l’ esercizio dell’azione penale. Il legislatore ha fissato questo tempo al fine di evitare che dopo la fine delle indagini preliminari ed il deposito degli atti, ai sensi dell’art. 415   bis   c.p.p., ci siano indeterminati tempi morti prima dell’udienza preliminare. Si prevede che in caso di inerzia per i riferiti tempi ordinari o prorogati intervenga l’avocazione del Procuratore Generale. In modo maldestro, come si dirà, si è intervenuti sull’art. 412 c.p.p. sostituendo il primo periodo del primo comma lasciando inalterato il secondo periodo.

L’originaria previsione ipotizzava che il pubblico ministero non avesse concluso l’attività investigativa e consentiva l’avocazione al procuratore generale che aveva infatti 30 giorni per il suo completamento. La previsione invero era antecedente all’introduzione dell’art. 415   bis   c.p.p.. La previsione parlava infatti di avocazione delle indagini preliminari. Ora si parla di avocazione dopo il completamento delle indagini, il deposito degli atti per l’esercizio dell’azione penale o per la richiesta di archiviazione. Sotto questo profilo il riferimento all’attività di indagine costituisce un chiaro errore del legislatore.

La   norma è osteggiata dai magistrati. Si afferma, per un verso, che le Procure generali non sarebbero in grado di dar corso all’attività successiva all’avocazione, come se le Procure generali dovessero avocare tutte le indagini concluse; si afferma che ci sarebbe il rischio di ingiustificati rinvii a giudizio; si sostiene che le imputazioni sarebbero mal formulate. Si tratta di chiari pretesti che muovono dal desiderio di escludere controlli sull’attività del PM. Invero oggi il pubblico non solo decide quando iscrivere la notizia di reato, quale qualificazione dare al fatto (con ricadute sulle misure cautelari, sulle intercettazioni telefoniche, sulla segretazione delle notizie e sulla durata delle indagini) ma vuole anche gestire i tempi del passaggio del processo alla fase successiva.

Invero con il deposito, in larghissima misura, il PM ha già deciso di non chiedere l’archiviazione, ha già ordinato il materiale di indagine, quasi sempre delega alla PG l’interrogatorio richiesto dall’imputato e, soprattutto, ha già formulato la pre-imputazione; raramente la difesa deposita materiale di indagini private o richiede atti di indagini, se non nella residuale ipotesi in cui possano condurre all’archiviazione. Non si capisce come non possa bastare per un   adempimento formale   un tempo che, con la proroga che verrà certamente sempre concessa, arriva a sei mesi.

Circola negli ambienti giudiziari una bizzarra idea : i procuratori generali delegherebbero l’incombente al procuratore al quale hanno avocato il procedimento. Tutto questo giro di carte per spostare l’esercizio dell’azione penale di trenta giorni! Ma il problema non è questo. Non pare ammissibile che ad una legge del Parlamento si frappongano comportamenti che si manifestano nei termini di rifiuto ad adempimenti già di per se doverosi, obbligati, funzionali al principio di obbligatorietà dell’azione penale, dell’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, alla trasparenza dell’attività dell’accusa.

Un discorso non diverso deve farsi con riferimento ai 15 mesi previsti per la parallela situazione riguardante i   delitti di criminalità organizzata. Ancorché motivati dalla necessità di completare le indagini per altri imputati e per altri fatti, la previsione rafforza l’opinione che per questi reati non si tratti più di un percorso processuale parallelo di doppio binario ma di un secondo processo organico totalmente diverso, quasi di un secondo codice di rito penale.

By avvovato Angela Natati 22 Jun, 2017

L’APS segue da sempre le storie dei padri nell’iter processuale, affiancandoli di professionisti in grado di tutelare i loro diritti, e si occupa di portare le loro vicende all’attenzione dei media. Gli interventi prevedono un sostegno legale finalizzato a informare i genitori in merito a tutto ciò che dovranno affrontare nell’iter giudiziario, nel quale verranno accompagnati, qualora lo richiedessero, da legali esperti in diritto di famiglia. l’Associazione garantisce inoltre assistenza su quelli che possono essere i risvolti psicologici di una separazione; accade infatti spesso che, nelle separazioni conflittuali con figli contesi, intervengano figure quali i Servizi Sociali, Ctu, Tribunale Minorile. In queste occasioni l’Associazione è in grado di garantire professionalità competenti.

By avvovato Angela Natati 28 Mar, 2017

Il Giudice è tenuto ad accogliere l’istanza di patrocinio a spese dello Stato presentata dalla persona offesa dal reato di stalking a prescindere dai limiti di reddito fissati dall’art. 76, co. 1 D.P.R n. 115 del 2002; limiti che, invece, operano quando l’istante è il danneggiato del reato che intenda costituirsi parte civile nel processo penale. Così è stato stabilito dalla sentenza 20 marzo 2017, n. 13497 della Cassazione penale.

 

Il fatto

Con ordinanza del 14 settembre 2016 il Tribunale di Bolzano rigettava l’opposizione avverso il provvedimento del GUP che non aveva accolto l’stanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato presentata dalla signora M., vittima di  stalking , poiché la donna aveva omesso di depositare la dichiarazione sostitutiva di certificazione dei redditi propri e del nucleo familiare.

Il ricorso

Avverso tale ordinanza la signora M. proponeva ricorso in Cassazione per i seguenti motivi:

- erronea e non corretta applicazione dell’art. 79 lett. c) in quanto il Giudice avrebbe potuto e dovuto richiedere l’integrazione della documentazione reddituale;

- erronea applicazione dell’art. 76, co. 4  ter  che prevede una deroga ai limiti di reddito indicati all’art. 76 del DPR 115 del 2002 allorquando l’stanza sia presentata dalla vittima di uno dei reati di cui agli artt. 572, 583  bis , 609  bis , 609  quater , 609  octies  e 612  bis  c.p.

La decisione della Cassazione

In tema di gratuito patrocinio, il comma 4  ter  dell’art. 76 (introdotto dalla legge 38 del 2009 istitutiva del delitto di atti persecutori) del Testo unico in materia di spese di giustizia dispone che la vittima di una serie di gravi delitti contro la persona (fra i quali appunto il reato di atti persecutori di cui all’art. 612  bis  c.p.) possa essere ammessa al patrocinio a spese dello Stato anche in deroga ai limiti di reddito previsti dal medesimo decreto. Al fine di rimuovere ogni ostacolo anche di natura economica che possa disincentivare l’azione giudiziaria, il D. L. n. 11 del 2009 ha infatti introdotto una norma di favore per le vittime di reati particolarmente riprovevoli, in deroga ai limiti di reddito per il riconoscimento del beneficio previsti dall’art. 76, co. 1 del D.P.R. 115 del 2002, ( id est  un reddito imponibile non superiore a euro 11.528,41, tenuto conto dell’eventuale cumulo dei redditi dei familiari conviventi diversi dall’aggressore).

Doveroso segnalare che  in passato erano sorti contrasti interpretativi sul corretto significato dell’art. 76, co. 4  ter . Un  orientamento più rigoroso (seguito dal Giudice di merito della vicenda che ci occupa), riteneva che la dichiarazione certificativa dei redditi dell’istante dovesse essere prodotta anche dalla vittima di  stalking  poiché non è prevista una ammissione  ex lege  al beneficio del patrocinio a spese dello Stato per il quale è sempre necessaria una previa valutazione da parte del Giudice della procedura giudiziaria. Ne consegue che, secondo questa impostazione, il deposito della documentazione fiscale rappresenterebbe un requisito essenziale ed imprescindibile per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato.

Un  diverso orientamento, invece, fatto proprio dalla Suprema Corte, ha valorizzato la  ratio  ispiratrice dell’intervento normativo del 2009 volto a tutelare le vittime di reati particolarmente gravi come lo  stalking  e la violenza sessuale anche di gruppo ed ha ritenuto che, con l’aggiunta del comma 4  ter  nell’art. 76 del T.U.S.G.  il legislatore abbia inteso assicurare alle stesse il patrocinio a spese dello Stato proprio in deroga ai limiti di reddito per assicurare alla vittima l’esercizio dell’azione giudiziaria e non lasciare impuniti gli autori di reati così stigmatizzabili.

Deroga che implica la non necessità di rappresentazione dei redditi della vittima.

Nel caso di specie gli Ermellini hanno quindi affermato che, attesa l’irrilevanza della situazione reddituale dell’istante,  risultava superfluo ed inutile pretendere dalla persona offesa il deposito della documentazione sostitutiva della dichiarazione dei redditi, non richiedendo la norma un massimo reddituale idoneo ad impedire l’ammissione al beneficio ma solo ed esclusivamente la qualità di vittima dei reati già indicati.

Sebbene, infatti, la norma utilizzi il termine “può” e non “deve” essere ammessa al patrocinio anche in deroga ai limiti di reddito,  il Giudice ha il dovere e non la mera facoltà di accogliere la domanda di fruizione del beneficio, sempre che l’istanza sia presentata dalla vittima di uno dei reati indicati. Diverso è naturalmente il caso in cui l’istante non sia la vittima ma il danneggiato del reato (qualora non vi sia coincidenza) a favore del quale il patrocinio a spese dello Stato può essere riconosciuto solo nel rispetto delle condizioni reddituali fissate dalla legge.

L’istanza di ammissione al patrocinio proposta dalla persona offesa da uno dei reati elencati dall’articolo 76, comma 4  ter  deve, quindi,  indicare solo i requisiti di cui alle lettere a) richiesta di ammissione al patrocinio e l’indicazione del processo cui si riferisce, se già pendente e  b) generalità dell’interessato e dei componenti la famiglia anagrafica, unitamente ai rispettivi codici fiscali, dell’art. 79, co. 1 del TUSG.

La decisione in sintesi

Esito del ricorso:

la Corte annulla con rinvio l’ordinanza del Tribunale di Bolzano

Riferimenti normativi

Art. 76 D.P.R. 115 del 2002

Art. 79 D.P.R. 115 del 2002

Art. 572 c.p.

Art. 582 c.p.

Art. 612  bis  c.p.

By avvovato Angela Natati 27 Mar, 2017

Secondo una recente pronuncia di merito (Tribunale di Pordenone, decreto 17 marzo 2017), ai fini della trascrizione degli atti di trasferimento immobiliare eventualmente contenuti in un accordo di negoziazione assistita in materia di famiglia, ex art. 6, d.l. n. 132/2012, non è necessaria l’ulteriore autenticazione delle sottoscrizioni da parte di un pubblico ufficiale a ciò autorizzato, richiesta dal terzo comma del precedente art. 5.

 

Le ragioni di interesse della decisione

Il decreto del 17 marzo 2017, con cui il Tribunale di Pordenone ha enunciato il principio di diritto sopra riportato, si impone all’attenzione del lettore non tanto per lo specifico e peculiare problema affrontato e risolto, che pure è di assoluta novità e di notevole importanza pratico-applicativa, ma soprattutto perché solleva una questione di portata generale assai più rilevante, relativa all’individuazione dei limiti che incontra il giudice in sede di interpretazione costituzionalmente orientata delle disposizioni di legge.

La vicenda giudiziaria

Per maggiore chiarezza espositiva pare opportuno riepilogare per cenni la vicenda giudiziaria decisa dal provvedimento in commento.

Due coniugi, all’esito di un procedimento di negoziazione assistita, concludono un accordo con cui, ai sensi dell’art. 6, comma 1, D.L. n. 132/2012, raggiungono « una soluzione consensuale di separazione personale », convenendo, tra l’altro, «il trasferimento tra loro della quota di proprietà di un bene immobile» (verosimilmente, secondo l’ id quod plerumque accidit , il marito ha ceduto alla moglie la metà dell’abitazione acquistata in costanza di matrimonio e, pertanto, in comunione legale).

Depositato presso la locale Procura della Repubblica, in difetto di figli minorenni, portatori di   handicap   grave o economicamente non autosufficienti, il Procuratore della Repubblica comunica agli avvocati delle parti il proprio nullaosta.

L’accordo, mentre è prontamente trascritto/annotato nei registri dello stato civile, non viene trascritto nei registri immobiliari: il conservatore, infatti, rifiuta di procedere alla trascrizione per difettare le sottoscrizioni del processo verbale di accordo delle parti della autenticazione compiuta «da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato» e richiesta dall’art. 5, comma 3.

A fronte del rifiuto del conservatore, i coniugi separati si rivolgono al tribunale, il quale accoglie la loro domanda, ordinando al conservatore dei registri immobiliari di procedere alla trascrizione del trasferimento immobiliare.

Gli elementi della motivazione del Tribunale

Dopo aver ricordato che è fuori discussione sia la «possibilità di addivenire ad una cessione immobiliare … nell’ambito di una procedura di negoziazione assistita», giusta il «combinato disposto degli artt. 5 e 6, D.L. n. 132/2014», sia «la trascrivibilità – in sé ed in via generale – di tali cessioni concordate in sede di negoziazione», la decisione del tribunale si fonda sulla convinzione che la previsione di cui all’art. 5 (espressamente definito dal provvedimento come «di portata generale»), comma 3, non debba trovare applicazione in relazione all’accordo concluso all’esito di «un procedimento di negoziazione assistita in materia di famiglia, regolato in forma specifica dall’art. 6».

Più in particolare, questa conclusione - «all’interno di una prospettiva esegetica costituzionalmente orientata» - sarebbe imposta dalle seguenti concorrenti considerazioni (riferite nell’ordine seguito dal Tribunale):

  • 1. l’accordo concluso all’esito del procedimento di negoziazione assistita in materia di famiglia deve essere sottoposto al Procuratore della Repubblica per la concessione dell’autorizzazione o per il rilascio del nullaosta;

  • 2. l’accordo   de quo , ai sensi dell’art. 6, comma 3 , « produce gli effetti e tiene luogo dei provvedimenti giudiziali che definiscono … i procedimenti di separazione giudiziale…»;

  • 3. «Poiché i provvedimenti giudiziali … non richiedono autenticazioni delle sottoscrizioni da parte di ulteriori “pubblici ufficiali a ciò autorizzati” ai fini della trascrizione delle cessioni immobiliari in essi eventualmente contenute, risult[erebbe] evidente che neppure gli accordi di negoziazione dovranno essere soggetti a tale adempimento, pena la vanificazione della predetta espressa equiparazione ai provvedimenti giudiziali ed il conseguente irriducibile contrasto con i canoni costituzionali di coerenza e ragionevolezza»;

  • 4. la legge consente che siano suscettibili di essere trascritti nei registri immobiliari non soltanto i provvedimenti giudiziali aventi forma diversa dalla « sentenza », pure richiesta dall’art. 2657 c.c. (come, ad esempio, il decreto di trasferimento pronunciato   ex   art. 586 c.p.c. in sede di espropriazione forzata immobiliare, nonché l’ordinanza che dichiara esecutivo il progetto di divisione   ex   art. 789 c.p.c.), ma anche provvedimenti fondati sull’autonomia negoziale delle parti, come il lodo arbitrale (rituale) che sia stato dichiarato esecutivo   ex   art. 825 c.p.c.;

  • 5. posto che l’accordo di negoziazione assistita munito del nullaosta del Procuratore della Repubblica produce gli effetti e tiene luogo dei provvedimenti giudiziali, «non può non essere ricompreso anche quello di costituire titolo per la trascrizione»;

  • 6. ulteriori «autenticazioni» sarebbero da considerarsi una «sostanziale inutilità»;

  • 7. «mentre in ambito extra-familiare gli accordi di negoziazione possono essere validamente conclusi con l’assistenza di un unico avvocato per entrambe le parti, in materia di famiglia è necessariamente richiesta - proprio per la particolare delicatezza dei diritti, degli interessi coinvolti e delle conseguenze inferite - la presenza di almeno un avvocato per parte»;

  • 8. «esigere l’intervento di un’ulteriore figura professionale in caso di atti soggetti a trascrizione contenuti in “negoziazioni familiari”, contrasterebbe con la “…finalità di assicurare una maggiore funzionalità ed efficienza della giustizia civile” espressamente enunciata nel Preambolo del medesimo d.l. n. 132/2014, addossando alle parti ulteriori formalità e costi aggiuntivi, con effetti disincentivanti nei confronti della negoziazione assistita, incompatibili con i dichiarati intenti di semplificazione ed efficienza perseguiti dal Legislatore».

Rilievi critici: l’intrinseca contraddittorietà della motivazione

Questa motivazione non appare convincente ed, anzi, ove si consideri con attenzione, appare intrinsecamente contraddittoria.

Il nocciolo dell’argomentazione pare poter essere individuato nella considerazione - assolutamente non soltanto condivisibile, ma anche pacifica - che le norme stabilite dall’art. 6 sono speciali rispetto alle altre dettate dal d.l. n. 132/2014 in materia di negoziazione assistita.

L’art. 6, infatti, detta una disciplina speciale « al fine di raggiungere una soluzione consensuale di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento del matrimonio nei casi di cui all'articolo 3, primo comma, numero 2), lettera   b ), della legge 1º dicembre 1970, n. 898, e successive modificazioni, di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio ».

In particolare, come correttamente (seppure disordinatamente ed in modo incompleto) ricordato in motivazione, l’art. 6 stabilisce le seguenti norme speciali:

  • - ciascun coniuge o ex coniuge nel procedimento di negoziazione avente ad oggetto questa materia deve essere assistito da (almeno) un difensore;

  • - gli avvocati nel corso del procedimento devono tentare di conciliare le parti ed informarle sia della possibilità di esperire la mediazione familiare, sia, in presenza di minori, dell'importanza per questi «di trascorrere tempi adeguati con ciascuno dei genitori»;

  • - ove venga concluso l’accordo, il suo testo deve dare espressamente atto dell’assolvimento di questi adempimenti;

  • - l’accordo raggiunto dalle parti deve essere sottoposto al controllo del Procuratore della Repubblica per il rilascio di un nullaosta o di un’autorizzazione;

  • - ciascun avvocato ha l’obbligo (sanzionato in via amministrativa) di trasmettere, entro 10 giorni dalla ricezione del nullaosta o dell’autorizzazione, copia autenticata dell’accordo all’ufficiale dello stato civile del Comune in cui il matrimonio fu iscritto o trascritto;

  • - l’accordo deve essere trascritto ed annotato nei registri dello stato civile;

  • - da ultimo, viene espressamente previsto che « L'accordo raggiunto a seguito della convenzione produce gli effetti e tiene luogo dei provvedimenti giudiziali che definiscono, nei casi di cui al comma 1, i procedimenti di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento del matrimonio e di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio».

Ma la specialità dell’art. 6 consiste e si esaurisce nelle previsioni sopra richiamate: ai sensi dell’art. 14 disp. prel., infatti, « Le leggi … che fanno eccezione a regole generali o ad altre leggi non si applicano oltre i casi … in esse considerati».

Di conseguenza, il giudice, per risolvere questioni «generali», che non sono espressamente disciplinate dall’art. 6, deve applicare le disposizioni «di portata generale».

In particolare, come espressamente indicato in motivazione, l’individuazione dei requisiti necessari affinché un accordo concluso all’esito del procedimento di negoziazione assistita possa costituire titolo per la trascrizione nei registri immobiliari, rappresenta una questione «generale», che deve essere risolta alla luce dell’art. 5, pure «di portata generale».

Nella specie, questa conclusione appare confermata altresì dalla medesima disposizione speciale: l’art. 6, 3° co., ultimo periodo, infatti, nell’imporre agli avvocati delle parti l’obbligo di trasmissione di copia autenticata dell’accordo all’ufficiale dello stato civile, espressamente richiama la norma generale, precisando che la copia dell’accordo deve essere «munito delle certificazioni di cui all'articolo 5».

Segue: l’interprete avanti alla Costituzione

Né la conclusione appena esposta, secondo cui il giudice avrebbe correttamente dovuto applicare l’art. 5, può essere superata invocando «una prospettiva esegetica costituzionalmente orientata».

Come ben noto, secondo il costante insegnamento della Corte costituzionale, il giudice non deve sollevare questione di legittimità costituzionale di una norma di legge, ove sia in grado di darne un’interpretazione costituzionalmente conforme.

Nella specie, però, il giudice, dubitando della ragionevolezza dell’art. 5, comma 3, non si è limitato ad attribuire a questa disposizione un significato conforme alla Costituzione, bensì l’ha completamente ed integralmente disapplicata, così:

- innanzi tutto, realizzando il medesimo effetto che sarebbe stato prodotto da un’eventuale dichiarazione d’illegittimità costituzionale; - in secondo luogo, sostituendosi alla Corte costituzionale; - in ultima analisi, vanificando il sistema di controllo di legittimità costituzionale accentrato.

Certo è ben possibile che in sede interpretativa una norma rimanga disapplicata per essere ritenuta vuoi abrogata per incompatibilità, vuoi inapplicabile nel caso di specie, ma il decreto in commento motiva l’inapplicabilità dell’art. 5, comma 3, sulla base della (opinabile) convinzione che sia una disposizione in «irriducibile contrasto con i canoni costituzionali di coerenza e ragionevolezza».

Queste considerazioni possono essere considerate adeguate per motivare, non certo la disapplicazione della disposizione, bensì – semmai – un’ordinanza di rimessione alla Corte costituzionale per la non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale della disposizione medesima.

Conferma dell’esattezza del rilievo, peraltro, può trarsi dalla circostanza che, tra gli argomenti invocati a sostegno della presunta irragionevolezza dell’art. 5, comma 3, vi è anche la considerazione secondo cui il medesimo si porrebbe in contrasto con la finalità espressa nel preambolo del D.L. n. 132/2014 di «assicurare una maggiore funzionalità ed efficienza della giustizia civile»: si tratta chiaramente di un rilievo che ha valenza non limitata esclusivamente alla negoziazione assistita in materia di famiglia, bensì generale, e, conseguentemente, che può persuasivamente essere usato non per giustificare la disapplicazione nello speciale ambito di famiglia della norma generale, bensì, tutt’al più, per censurarne la legittimità costituzionale.

Come accennato, inoltre, la norma che impone l’autenticazione delle sottoscrizioni degli accordi conclusi all’esito del procedimento di negoziazione assistita da parte di « un pubblico ufficiale a ciò autorizzato» [leggasi: un notaio], al fine di poter essere trascritti nei registri immobiliari pare non palesemente irragionevole, ma, anzi, rientrare nell’ambito dell’ampia discrezionalità che la Consulta riconosce al legislatore ordinario nella materia della tutela dei diritti, specie ove si consideri che:

da un lato, l’impegno imposto alle parti è assai modesto sotto ogni profilo, sia economico, sia temporale, sia organizzativo;

dall’altro, ben diversamente da quanto sostenuto in motivazione, l’imposizione dell’autenticazione ad opera di un notaio non può essere considerata una «sostanziale inutilità».

Ai sensi dell’art. 72, comma 3, l. not., infatti, « Le scritture private, autenticate dal notaro, verranno, salvo contrario desiderio delle parti e salvo per quelle soggette a pubblicitaĚ€ immobiliare o commerciale, restituite alle medesime», sicché l’obbligo di autenticazione imposto alle parti, ha come conseguenza, tra l’altro, che l’atto venga conservato presso il notaio, attraverso la sua inserzione nel repertorio notarile degli atti tra vivi.

Né possono condividersi gli ulteriori due argomenti invocati a dimostrazione della presunta irragionevolezza dell’art. 5, 3° co., cioè, da un lato, che la sua applicazione vanificherebbe l’espressa equiparazione compiuta dal successivo art. 6 dell’accordo concluso all’esito della negoziazione assistita ai provvedimenti giudiziali e, dall’altro lato, che l’ordinamento consente la trascrizione nei registri immobiliari di un’assai eterogeneità di atti.

Quanto al primo rilievo vale osservare che l’equiparazione stabilita dall’art. 6, comma 3, primo periodo, pare funzionale semplicemente a chiarire che attraverso la negoziazione assistita è possibile ottenere esattamente i medesimi effetti a tutela di situazioni giuridiche, come gli   status   familiari, tradizionalmente non soltanto ritenuti indisponibili, ma anche soggetti alla c.d. giurisdizione costitutiva necessaria (cioè insuscettibili di essere modificati senza il previo il previo accertamento del giudice sull'esistenza dei presupposti a cui la legge collega quella modificazione). Conferma della correttezza del rilievo, peraltro, discende dalla circostanza che sostanzialmente la medesima formula ricorre nell’art. 12, comma 3, D.L. n. 132/2014, ai sensi del quale l’accordo concluso innanzi all’ufficiale di stato civile (che « non può contenere patti di trasferimento patrimoniale») « tiene luogo dei provvedimenti giudiziali che definiscono, nei casi di cui al comma 1, i procedimenti di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di scioglimento del matrimonio e di modifica delle condizioni di separazione o di divorzio».

In ordine all’ultimo argomento invocato per dimostrare l’incostituzionalità dell’art. 5, comma 3, a quanto sembra di capire, per irragionevole disparità di trattamento, la circostanza che la legge consenta la trascrivibilità nei registri immobiliari di una varietà di atti tanto eterogenea da apparire insuscettibile di essere ridotta ad unità, ben lungi dal dimostrare l’irragionevolezza della disposizione che impone l’autenticazione dell’accordo concluso all’esito del procedimento di negoziazione assistita, costituisce la conferma che il legislatore in materia goda della più ampia discrezionalità, rendendo, di conseguenza, estremamente limitato il possibile sindacato della Corte costituzionale.

Riferimenti normativi:

Art. 3 Cost.

Art. 24 Cost.

Art. 12 Disp. prel.

Art. 14 Disp. prel.

Art. 2657 c.c.

Art. 2674 c.c.

Art. 113- bis   disp. att. c.p.c.

Art. 586 c.p.c.

Art. 745 c.p.c.

Art. 789 c.p.c.

Art. 824–bis c.p.c.

Art. 825 c.p.c.

Art. 2, D.l. 12.9.2012, n. 132, convertito, con modificazioni, dalla l. 10.11.2014, n. 162

Art. 5, D.l. 12.9.2012, n. 132, convertito, con modificazioni, dalla l. 10.11.2014, n. 162

Art. 6, D.l. 12.9.2012, n. 132, convertito, con modificazioni, dalla l. 10.11.2014, n. 162

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