Penale - RIFORMA ORLANDO

  • By avvovato Angela Natati
  • 24 Mar, 2017

Riforma Orlando: la tempistica relativa ai termini per l’esercizio dell’azione penale

La riforma Orlando approvata al Senato affronta, come emerge dalla intitolazione della legge, vari profili della giustizia penale. Sono toccati profili di diritto penale sostanziale, processuale e di ordinamento penitenziario. Alcune tematiche sono affrontate in modo organico come quelle toccate dalle deleghe; altre sono oggetto di interventi correttivi puntuali altre, pur toccate isolatamente, consentono una lettura complessiva capace di individuare la filosofia dell’intervento normativo. C’è poi la possibilità di una lettura in chiave politica della riforma.

Al fine di evitare discorsi generici e cominciando ad affrontare gli aspetti più significati e problematici è possibile iniziare l’analisi della legge che deve affrontare l’aula della Camera da alcuni dei temi che da subito sono risultati più controversi.

Il primo è sicuramente costituito dalla pretestuosa rivolta dei pubblici ministeri contro la previsione del   termine di tre mesi, prorogabile di altri tre, entro i quali il PM deve determinarsi per l’ archiviazione   o per l’ esercizio dell’azione penale. Il legislatore ha fissato questo tempo al fine di evitare che dopo la fine delle indagini preliminari ed il deposito degli atti, ai sensi dell’art. 415   bis   c.p.p., ci siano indeterminati tempi morti prima dell’udienza preliminare. Si prevede che in caso di inerzia per i riferiti tempi ordinari o prorogati intervenga l’avocazione del Procuratore Generale. In modo maldestro, come si dirà, si è intervenuti sull’art. 412 c.p.p. sostituendo il primo periodo del primo comma lasciando inalterato il secondo periodo.

L’originaria previsione ipotizzava che il pubblico ministero non avesse concluso l’attività investigativa e consentiva l’avocazione al procuratore generale che aveva infatti 30 giorni per il suo completamento. La previsione invero era antecedente all’introduzione dell’art. 415   bis   c.p.p.. La previsione parlava infatti di avocazione delle indagini preliminari. Ora si parla di avocazione dopo il completamento delle indagini, il deposito degli atti per l’esercizio dell’azione penale o per la richiesta di archiviazione. Sotto questo profilo il riferimento all’attività di indagine costituisce un chiaro errore del legislatore.

La   norma è osteggiata dai magistrati. Si afferma, per un verso, che le Procure generali non sarebbero in grado di dar corso all’attività successiva all’avocazione, come se le Procure generali dovessero avocare tutte le indagini concluse; si afferma che ci sarebbe il rischio di ingiustificati rinvii a giudizio; si sostiene che le imputazioni sarebbero mal formulate. Si tratta di chiari pretesti che muovono dal desiderio di escludere controlli sull’attività del PM. Invero oggi il pubblico non solo decide quando iscrivere la notizia di reato, quale qualificazione dare al fatto (con ricadute sulle misure cautelari, sulle intercettazioni telefoniche, sulla segretazione delle notizie e sulla durata delle indagini) ma vuole anche gestire i tempi del passaggio del processo alla fase successiva.

Invero con il deposito, in larghissima misura, il PM ha già deciso di non chiedere l’archiviazione, ha già ordinato il materiale di indagine, quasi sempre delega alla PG l’interrogatorio richiesto dall’imputato e, soprattutto, ha già formulato la pre-imputazione; raramente la difesa deposita materiale di indagini private o richiede atti di indagini, se non nella residuale ipotesi in cui possano condurre all’archiviazione. Non si capisce come non possa bastare per un   adempimento formale   un tempo che, con la proroga che verrà certamente sempre concessa, arriva a sei mesi.

Circola negli ambienti giudiziari una bizzarra idea : i procuratori generali delegherebbero l’incombente al procuratore al quale hanno avocato il procedimento. Tutto questo giro di carte per spostare l’esercizio dell’azione penale di trenta giorni! Ma il problema non è questo. Non pare ammissibile che ad una legge del Parlamento si frappongano comportamenti che si manifestano nei termini di rifiuto ad adempimenti già di per se doverosi, obbligati, funzionali al principio di obbligatorietà dell’azione penale, dell’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, alla trasparenza dell’attività dell’accusa.

Un discorso non diverso deve farsi con riferimento ai 15 mesi previsti per la parallela situazione riguardante i   delitti di criminalità organizzata. Ancorché motivati dalla necessità di completare le indagini per altri imputati e per altri fatti, la previsione rafforza l’opinione che per questi reati non si tratti più di un percorso processuale parallelo di doppio binario ma di un secondo processo organico totalmente diverso, quasi di un secondo codice di rito penale.

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